Una settimana al Ringraziamento

perché le anime gemelle esistono davvero e D. è sempre stata la mia anima gemella, il mio palpito al cuore, il mio allineamento dei pianeti, quella mia unica possibilità di sentire la perfezione della vita scorrere sulla pelle, di avere la certezza che l’amore, se non lo acchiappa il tempo, se ne va via…ma l’ho capito immediatamente che con me lo avesse appena fatto. E lui era lì. Il mio D., il mio principe azzurro, l’altra metà di questa Regina mancina…Ops, scusate, sento il trillo del timer del forno: il mio filetto alla Wellington deve essere pronto!

A domani, mia unica lettrice fissa…(chissà chi sarai. Io ti immagino romantica). E voi (tutti gli altri) dove siete?

Notte!

Vostra queen Regina 😉

Cronache in gonnella” era il suo appuntamento serale, fra un filetto alla Wellington da sfornare e dei biscottini alla vaniglia da farcire per il tè dell’indomani con le sue amiche.

Aveva creato quel blog in uno di quei momenti alla Bridget Jones che, dalla fine della sua ultima storia, la affliggevano un po’ troppo spesso: la protagonista scriveva su un diario, lei lo faceva su un blog, tutto, completamente color rosa confetto. Vi scriveva ogni sera; e ogni sera l’appuntamento fisso era con D., un “principe azzurro” del secolo 2000: un assistente di volo, con barba e occhi scuri e una voce calda e profonda.

Raccontava di lui ogni giorno, e fino a che punto si spingesse l’immaginazione per approdare a una parvenza di realtà o semplicemente alla sottile linea della realtà nessuno lo sapeva.

Scriveva ogni sera, fino al suono del timer del forno o fino al borbottio della pentola sul fuoco, mentre profumi di stufati, timballi e polpette speziate si diffondevano nello spazio ristretto del suo monolocale a misura di Barbie, tutto arredato sui toni del rosa…colore che adorava e che, a detta sua, stava proprio bene su tutto.

Era una scrittrice e una cuoca: «non potrei vivere senza penne e padelle…e senza gonne, ovviamente!»

Quel giorno aveva aspettato impaziente l’email da parte della nuova redattrice della sua casa editrice, alla quale aveva inviato i primi tre capitoli del suo manoscritto.

Era una scrittrice di gialli. Aveva letto “Assassinio sull’Orient Express” dieci volte e conosceva tutti i film di Poirot a memoria.

Erano le 21.13 e ancora nessuna risposta.

Sfornò con cura il suo filetto e lo impiattò su un delicato piatto da portata di elegante porcellana bianca. Aveva apparecchiato con cura, nonostante fosse lei l’unica commensale di quella tavola, in quella fredda serata di Novembre.

«Un po’ di pepe verde e sarà perfetto», rifletté a voce alta.

La sua dispensa delle spezie era una vera meraviglia: uno stanzino all’interno del quale gli scaffali in legno erano colmi di boccette e piccoli barattoli pieni di spezie profumate e provenienti da ogni parte del mondo, luoghi esotici e lontani che aveva visitato e raccontato: pepe verde della Malesia, zenzero cinese, vaniglia del Madagascar e altre preziose polveri che aveva acquistato in mercatini nascosti e colorati, per le vie del mondo, in sentieri di viaggi mai dimenticati.

«Dove sarà finito? Ah sì, eccolo qui», tirò fuori la boccetta dallo scaffale, mentre un suono colpì il silenzio di quella serata che odorava di filetto al forno.

Era stato come il rumore di un giornale accartocciato e gettato all’angolo di una stanza. Regina si precipitò sulla porta del suo piccolo appartamento, punto dal quale le era parso provenisse il rumore: sotto, si intravedeva l’angolo di una busta bianca. Aprì la porta con aria stupita: «chi mai “imbuca” lettere nel 2016?», raccolse la busta che non portava nessuna intestazione, la aprì e -chiudendosi la porta alle spalle – ne lesse il contenuto, con la boccetta di pepe verde fra le mani e un filetto alla Wellington che troneggiava elegante sulla sua tavola formato “una persona”.

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