Il ventre di Napoli

” Il ventre di  Napoli ” raccontato a un monello

 

Cammino per le Gradelle di Santa Barbara, cammino senza fantasia, e i pensieri qui imparano a tacere.

L’odore è quello del “dolore sociale”, i colori sono quelli della buccia marcia dei fichi e sono gli occhi dei napoletani. Un “monello” mi prende la mano, ha le unghie nere di sporcizia, di terra e di miseria: è questo che sto guardando, quando questa storia inizia.

Mi vedi, bambino mio?

La vergogna mi strappa i capelli e porta via il mio nome insieme al tuo. Tu cammini silenzioso, con il capo basso, e in quelle manine stringi quella di una donna che racconta la mia vita.

I sette vicoli della Duchesca vi scorrono davanti agli occhi e io vorrei che tu li chiudessi, per non guardare, per non vedere come sia un posto in cui manchi il sole, una vita in cui manchi Dio. L’onta della tua innocenza avvampa come fiamma viva, dentro questo ventre che si contorce. L’uomo scade e si offende, la miseria umana di quel vicolo rimane in terra, come la buccia di quei fichi marci, come un piccolo giocattolo di legno che hai perso. O che forse non hai mai avuto.

Continui a camminare. Napoli, oggi, profuma di “spassatiempo” tostati, di fragaglie, di due soldi di peperoni fritti.

Ti piacerebbe sentire il profumo del mare, bambino mio? Ti piacerebbe vederlo, toccarlo? In questa strada non arriva neanche la luce del sole, e tu del mare non sai niente.

Ha un profumo bellissimo, bambino mio: è come quello della tua mamma, come quello delle lacrime quando si piange di gioia.

Vorrei dirti che il mare ha il profumo di tutte quelle donne napoletane che “sono poemi di martirio quotidiano, di sacrifici incalcolabili, di fatiche sopportate senza mormorare”. Vorrei dirtelo, ma non ho voce per farlo. Vorrei dirtelo più forte delle risate cattive delle “malefiemmine” del vicolo di Sant’Arcangelo a Baiano, più forte del loro vizio, della cancrena della loro vita, del loro dolore.

Il mio vizio si mescola al vizio loro, a quello degli uomini e di un popolo. Giocano al lotto e la notte muoiono di silenzio e di vergona, perché sono poveri; perché i napoletani non hanno “lire”, hanno solo “soldi”. E pochi. E giocano rubando, e finiscono nelle mani degli usurai, e piangono e ricominciano. E muoiono di vizio; e muoiono senza coscienza.

Vuoi fermarti qui, bimbo mio?

Nella strada dei pescatori, nella strada di Santa Lucia, dove il mare è nero. Come si insegna il mare a un bambino, da qui?

Non lasciargli la mano; digli di continuare a camminare. E che non guardi un altro bambino, un altro monello, dormire sugli scalini della chiesa di san Ferdinando, solo perché non ha un letto, non ha una casa e forse neanche una vita.

Quante volte ancora dovrai chiudere gli occhi?

Napoli è questa, piccolo mio.

È il 1884, il 1904; è il tempo che passa, è una città che non cambia. È il Rettifilo che mi hanno costruito addosso, è un’arteria che mi attraversa e mi sventra. Napoli è ciò che sta dietro al Rettifilo, è un’offesa perché qui si muore ancora di fame e i padri non hanno i soldi per mandare i bambini a scuola, e loro sopravvivono alla fame e all’ignoranza; e diventano cattivi, assassini, ladri, corrotti da una vita malata e imputridita da povertà e omissioni. Come te, che cammini senza scarpe, che non sai il tuo nome. Sei solo uno scugnizzo, un monello.

Napoli è chi si è dimenticato di darti un futuro, la povertà del tuo silenzio quando non fai domande. Sei tu, che credi che la vita sia solo questa e che le parole siano fatte solo di dialetto. Che ne sai tu? Non sai niente.

Sei nel basso di questa terra, e che il basso sia solo “un buco scuro e insalubre” o il concetto di ciò che stia sotto le classi alte, la politica, al sud di un nord che non ci vede, che ci abbandona, a te non importa. Sei un bambino senza ali, un uomo senza piedi. Sei fermo in questa storia di miseria inguaribile, di povertà abbietta.

E la città che finisce è più grande dei tuoi sogni, che sono così piccoli e così semplici, e sono tutto ciò che hai nelle notti d’estate, in cui, oltre il tetto della tua stamberga, si vede la Luna. E la Luna è la stessa anche sul cielo della tua Napoli povera, sulla tua testolina, sulla tua vita di scugnizzo.

Napoli continua dal suo ventre, dai nomi di chi in quel buco vi ha guardato con stomaco e con coraggio, e quei visi brutti e sporchi li ha visti tutti, e ha porto loro la propria mano, accogliendovi nocche diffidenti e storte, possibilità e uguaglianza.

Napoli – questa notte – continua da te.

A una storia di Matilde Serao e al mio sud, che si specchia negli occhi di Napoli e ritrova il suo passato.

Adriana Montalbano

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